Sdebitarsi

COME RIPARARE I FALLITI E PROGETTARE IL FUTURO

Concept

La caduta, così come il fallimento d’impresa, è oggigiorno percepita (dalla comunità), valutata (dallo Stato) e subita (da chi cade) come una catastrofe irrimediabile. Pensare a Satana come all’”Angelo Caduto”, e stop, non consente redenzione, il che è una bestemmia. Personalmente mi illudo di preferire l’approccio del drammaturgo Samuel Beckett, anche se la notoria citazione, avulsa dall’opera letteraria, deforma il concreto pessimismo dell’autore irlandese: «Sempre tentato. Sempre fallito. Non importa. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio».2 Ovviamente si tratta di fallimenti nella vita, e la sentenza non va presa alla lettera da chi si occupa di impresa e lavoro. Possiamo però dire che oggi esistono nuovi meccanismi che portano al fallimento e alla povertà, in gran parte connessi a due sistemi a feedback:3 a) carenza di conoscenza per l’innovazione e b) il sovraindebitamento.

Nel caso a) la persona coinvolta non riesce ad adattare se stesso alle varie ipotesi di futuro che si presentano come processo di produzione (impresa) o evoluzione di idee e tecnologia (start-up). Nel caso b) – nel mondo moderno implicitamente derivato dal caso a) – la persona usufruisce del credito che gli viene dato in modo non consono alla situazione economica di riferimento, alimentando la spirale del debito con la reiterazione di azioni obsolete nel tempo e nello spazio (geografia economica negativa).4

In ogni caso si tratta di persone – imprenditori e/o lavoratori dipendenti a loro connessi (anche un imprenditore è comunque un lavoratore) – persone che vengono progressivamente ridotte in povertà prima e miseria poi, ben oltre i propri errori operativi o mancanze cognitive (vedi la robotizzazione e l’intelligenza artificiale IA). Quando ci sono le persone di mezzo, gli strumenti di recupero debbono essere analizzati, costruiti e calibrati da una scienza della persona considerata al centro del problema. È per questo motivo che facciamo ricorso all’antropologia, allo scopo di:

  1. Riconoscere le persone coinvolte nel processo di sovraindebitamento.
  2. Raccogliere dati di campo per analizzare le tipologie umane (modellistica a due vie) di chi è in debito, di chifornisce il credito e di chi offre soluzioni alternative.
  3. Definire i determinanti della povertà nella loro intrinseca relatività materiale e culturale.
  4. Verificare le persone in contesti multivariati di crisi e catastrofe, per esplorarne il comportamento.
  5. Definire il concetto di fallimento a partire dalla percezione delle persone coinvolte (attive e passive).
  6. Ipotizzare modelli e soluzioni di massima variabilità possibile (custom made) per la riparazione del debito e ilrecupero della persona.
  7. Elaborare le modalità operative di un eventuale Consultorio del Sovraindebitamento (vedi oltre per un’ipotesipropositiva e moduli virtuali e territoriali).
  8. Inserire dati e processi dei protagonisti in un flusso di elaborazione continua da parte di unOsservatorio/Centro Studi del Sovraindebitamento.
  9. Connettere il know-how (positivo e negativo) delle persone in sovraindebitamento con le persone cheipotizzano e pianificano start-up, allo scopo di esplorare il mercato nel futuro e prevenire errori del passato.
  10. Elaborareeallestirepacchettidiistruzionededicata,siadirecupero(fallimenti)siadipianificazione(start-up)da offrire sul mercato internazionale.

1 «V’è speciale previdenza nella caduta di un passero», Shakespeare W, Amleto, atto V, scena 2, T.d.A.
2 «Ever tried. Ever failed. No matter. Try again. Fail again. Fail better», Beckett S, Worstward Ho, Calder, Londra 1983, tr. it. Peggio tutta, Jaca Book, Milano 1986.
3 Processo per cui il risultato dalla variazione di un elemento del sistema si riflette sul sistema stesso per correggerne o modificarne il comportamento, tramite azione (f. positivo) o inibizione (f. negativo).
4 Non essendo di sua competenza – e avendone scarsa conoscenza – l’autore lascia lo sviluppo di tali concetti a chi di dovere, rifacendosi all’apposita letteratura; si vedano inoltre i vari documenti in via di elaborazione da parte della costituenda Associazione culturale Progetto docere.

There is special providence in the fall of a sparrow. WILLIAM SHAKESPEARE, Hamlet1

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Tutti questi punti sono interconnessi e non sequenziali. Derivano direttamente dalle persone coinvolte, tramite un’innovativa metodologia che connette il bottom-up (dalla persona all’elaboratore-dati) al top- down (dall’istruttore alla persona). Infatti, il processo dal basso costruisce competenza senza comprensione (empatia negativa); a quel punto occorre l’approccio top down per generare coscienza sia in chi dà, sia in chi riceve.

Nella preparazione di un master per medici in partenza per l’Africa, l’inserimento di un personale programma di antropologia venne contrastato con un appunto a mano da parte di un funzionario del Ministero alla Sanità: «Antropologia? Servirà magari a conoscere l’Africa, non certo a curarla». Questo implica che si possa curare qualcuno senza conoscerlo.

Chiunque la pensi allo stesso modo, può interrompere qui la lettura del documento. Io condivido l’impostazione etnologica di Chinua Achebe, scrittore nigeriano: «Fra gli Ibo c’è un proverbio, “un uomo che non sa dire dove la pioggia lo ha colpito non sa neppure dove il suo corpo si è asciugato”. Dove ci ha colpito la pioggia?».5 Per scoprirlo, dovremo identificare la povertà e i suoi determinanti, entrare negli scenari delle crisi, visualizzare relazioni con e senza denaro, in qualche modo prenderci cura degli altri. Il matematico John Nash, premio Nobel per l’economia nel 1994, scrive infatti: «L’equilibrio si raggiunge quando nessuno riesce a migliorare in maniera unilaterale il proprio comportamento: per cambiare si deve agire di concerto». È necessario non concentrarsi sulla libertà dimenticando l’uguaglianza: con tutti i mezzi possibili bisogna istituzionalizzare la solidarietà, il che è il reale concetto di “repubblica” (l’insieme comunitario dei cittadini) a confronto con lo Stato (l’apparato gestionale dei vari gradi di governo).6

1. SOFFERENZA E POVERTÀ: RIPARAZIONE-E-RECUPERO

Per un dolore vero, autentico, anche gli imbecilli son divenuti talvolta intelligenti. Questo sa fare il dolore. FËDOR MICHAJLOVIČ DOSTOEVSKIJ7

La povertà da lavoro e/o impresa è un dolore che ci coglie di sorpresa. È un’esperienza forzosa che paralizza l’attività del pensiero e le pratiche di vita. Altera la percezione del tempo, in quanto colonizza la giornata o gli anni, infettando il futuro. Come il dolore, la povertà è antisociale, dal momento che isola l’individuo costringendolo a una relazione privata con la propria condizione di sofferenza. Come il dolore, essa costruisce nella persona l’idea che il corpo sia altro da sé, che per gli altri non esistiamo più e, infine, che siano gli altri a non esistere più. In qualche modo, vale il detto delle popolazioni africane (la maggioranza), che non hanno una specifica parola per dire “povero”: «Se sei povero, sei morto». Niente ammortizzatori socio-economici, niente vita.

In tal senso evolutivo, la povertà estrema è una condizione del tutto nuova per il nostro pianeta. L’indigenza esiste da sempre, ma in qualità di condizione condivisa, sia pure a differenti livelli di stress umano: a Roma, patrizi e plebei subivano assieme la carestia, anche se i primi mangiavano meglio. In termini relativistici, oggi un disoccupato di Torino sta molto peggio di un pastore che ha perso i dromedari per la siccità a North Horr, nell’arido nord del Kenya. Oltre a differenti aspettative ed elevato plateau di resilienza, il pastore ha accettabili possibilità di recupero nella famiglia allargata, tramite meccanismi tradizionali di redistribuzione del bestiame (il capitale, parola che deriva proprio da “capo di bestiame”) e un’incomparabile accoglienza sociale che non lo colpevolizza; nel frattempo, l’ex-lavoratore di Torino (operaio o imprenditore, categorie che vanno accomunate nella sciagura) si sente perduto, ai limiti della condizione umana.

Le persone della Terra, non avevano mai sperimentato, prima d’ora, una povertà materiale che fosse accompagnata dalla piena involuzione culturale: perdita d’identità, mercificazione, demolizione della

5 Achebe C, Il crollo (Things Fall Apart, 1958), Edizioni e/o, Roma 1976.
6 Per ampliare il concetto, vedasi Mounk Y, Popolo vs democrazia. Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale, Feltrinelli, Milano 2018.
7 Dostoevskij FM, I demoni, 1873; cap. VII.

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famiglia, corruzione pulviscolare, blocco dello stato sociale, isolamento, destrutturazione educativa, depressione, terrore, guerra mondiale permanente e diffusa, pandemie in agguato, catastrofi globali, devastanti cambiamenti climatici e quant’altro; il tutto all’interno di quadri di riferimento sconosciuti, di scenari imprevedibili, di vuoti di pensiero: la miseria totale per corpo e mente.8

Da ciò si comprende l’esergo di Dostoevskij. Secondo il Vocabolario Treccani, per imbecille (dal latino imbecillus, “senza bastone”) si intende qualcuno “debole”, fisicamente o mentalmente: «Chi, per difetto naturale o per l’età o per malattia, è menomato nelle facoltà mentali e psichiche». A ben vedere – e qui sta l’approccio innovativo di Riparazione-e-Recupero (R&R) – la povertà contiene al suo interno le potenzialità di trasformare gli “imbecilli” in “intelligenti”, i pazienti in agenti, i falliti in recuperatori propositivi. L’operazione R&R è qualitativa, non quantitativa, poiché le persone sono sistemi complessi non lineari, immisurabili: dobbiamo trovare un passaggio a ritroso dall’individuo alla collettività, e percorrere il reinserimento nella comunità, come fosse un diritto-dovere e non per ottenere la carità amministrativa. Come scrive l’iraniano Seyyed Hossein Nasr: «La carità non è quella quantitativa e materiale, oggi tanto in auge […] La persona che diventa oggetto di questa carità si riduce a un animale a due gambe di cui sono considerati solo i bisogni materiali, mentre le sue necessità più profonde, quali la bellezza o l’amore, sono ignorate o relegate nella categoria del lusso. La carità materiale riduce l’uomo a una bestia: gli dà cibo e vestiti, ma intanto lo priva di una protezione vera. Gli insegna a camminare, ma gli toglie la vista, la sola che potrebbe indicargli dove andare».9

Il modello R&R che andremo costruendo si basa sull’immateriale, dal capitale umano alla ricerca della bellezza. Soprattutto, le azioni susseguenti interferiranno con il modello dell’esclusione attualmente in vigore. Per contraltare di pensiero, citiamo l’allora primate d’Argentina, Jorge Mario Bergoglio, nel maggio 2007: «Si tratta di qualcosa di nuovo: escludendo le persone si elimina alla radice il senso di appartenenza alla società, perché non ne sono più ai margini o alla periferia, ma stanno proprio fuori, come un’eccedenza di produzione (sobrantes)».10

A seguire, ogni operazione R&R deve tener presente la tecnica kintsugi: gli artigiani giapponesi, quando si rompeva un oggetto in ceramica, lo riparavano riempiendo le crepe con l’oro. E lo trovavano bellissimo, perché il cambiamento esiste, e nessuno esce integro da questo mondo.

2. CATASTROFE E COLLASSO: SUCCESSO E FALLIMENTO

Successo è il participio passato di succedere. LUCIANO BIANCIARDI, La vita agra

Le operazioni Riparazione-e-Recupero sono processi sistemici, e quindi non presuppongono condizioni statiche. Il successo di qualsivoglia impresa o vita ha un prima e un dopo, una storia e un futuro, comunque vada. L’esergo dichiara che il successo non è il fine (o la fine), ma uno stadio tramite cui permettere l’evoluzione del nostro sistema d’azione economica (e non). Il successo stesso passa attraverso un processo di eventi definiti “catastrofici”, in quanto trasformano – o subiscono la trasformazione – dei processi che stiamo mettendo in gioco nella vita.

La catastrofe non è un’opportunità, ma uno scenario da studiare e assecondare. Homo sapiens – noi – si è evoluto ai confini del caos, a partire dal superamento di catastrofi di ogni sorta. Era un essere di successo: altre scimmie bipedi hanno fallito e si sono estinte. La differenza la costituirono:

  1. capacità di immaginare il futuro (realtà virtuale);
  2. potenzialità di adattare il comportamento a circostanze ignote (variabilità operativa);
  3. abilità di improvvisazione (adattamento comportamentale);
  4. il buon senso di avere un ottimo piano di riserva (pianificazione flessibile).

8 Parte del materiale sulla povertà è ricavato e modificato da: Salza A, Niente. Antropologia della povertà estrema, Sperling & Kupfer, Milano, 2009.
9 Nasr SH, Ideali e realtà dell’Islam, Rusconi, Milano 1974.
10 Cfr. www.clarin.com/diario/2007/05/16/um/m-01419968.htm

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Questi meccanismi operativi vennero attivati e funzionarono perché, tramite dure selezioni, le popolazioni di Homo sapiens acquisirono la capacità di pianificare il proprio futuro nelle catastrofi quotidiane e in quelle straordinarie. “Prepàrati” divenne la parola chiave.
Niels Bohr sosteneva che «è molto difficile predire qualcosa, in special modo il futuro».11 Di conseguenza, il miglior modo di predire il futuro è progettarlo. Occorre fissare gli obiettivi, identificare i mezzi, allestire gli strumenti e predisporre le azioni nel medio e lungo periodo. Però, appena ipotizziamo il futuro ci troviamo di fronte una grandezza imprescindibile: l’incertezza. Per questa ragione, la pianificazione strategica deve identificare le incertezze più probabili (i punti deboli del sistema) con lo scopo di elaborare strumenti per gestire il loro impatto. I tipi di incertezza più comuni sono, in grado crescente di imprevedibilità:12

  1. Rischi impliciti: la storia di eventi catastrofici simili consente una stima probabilistica dei risultati futuri.
  2. Aleatorietà strutturale: l’evento di crisi è molto raro – se non unico – e non offre potenzialità di stimeaccurate.
  3. Inconoscibilità: non possiamo neppure immaginare l’evento scatenante la crisi.

La pianificazione istantanea non esiste: si chiama “reazione” e segue forme diverse di elaborazione mentale, spesso incoerenti (reazioni multiple di difesa e attacco) o autobloccanti (“fare il morto”). Pertanto occorre approntare una strategia, ricordando che “strategia” significa “arte del generale”. Siete una persona responsabile di altri individui, con una visione, una missione e valori condivisi, perciò qualsivoglia piano deve rispondere a tre domande semplici:

  1. Che cosa possiamo fare?
  2. Per chi lo facciamo?
  3. Come possiamo farlo al meglio?

A quel punto, «sperate per il meglio, preparatevi al peggio», come sostiene George Friedman.13 Serve disegnare le modalità di collasso del sistema rispondendo a queste domande:

  1. Quali sono i fattori che renderanno possibile il successo del mio piano?
  2. Quali sono i fattori contrari che porteranno al fallimento?
  3. Quali assunzioni killer possono rendere nullo il piano?

Per rispondere occorre fare un’analisi APISTEL: Ambientale, Politica, Informatica, Sociale, Tecnologica, Economica, Legale. A guidare l’analisi è l’approccio ATM (Antecedent Conditions, Target Strategies, Measure Progress & Impact) che controlla la storia del sistema, gli obiettivi e l’impatto finale. Ricordate: un modello è tanto più utile quanto meno rappresenta la realtà così com’è.

Lo stato finale del sistema (end state) dipende dalla comprensione delle barriere e delle sfide che il piano incontrerà nel suo svolgersi. Un metodo semplice è quello di fare una lista delle azioni da compiere nel vostro piano, affiancandovi l’elenco delle risorse (umane, sociali, ambientali e materiali) necessarie alla sua riuscita per affrontare o evitare le crisi. A quel punto, procedete con il sistema SÌ/NO; ce l’ho, mi manca; lo so fare, non lo so fare. Appena trovate un NO nella lista, lasciate perdere il piano e fatene un altro.

2.1. Definizioni di servizio
L’analisi per le operazioni R&R richiede uniformità di visione e coerenza di missione. Allo scopo elenchiamo le definizioni operative per una serie di eventi che possono portare alla rovina materiale e, quindi, al bisogno di assistenza finanziaria.

11 Ciatato in Ulam SM, Avventure di un matematico, Sellerio, Palermo 1995; p. 351.
12 Gran parte delle indicazioni di questo paragrafo è tratta, con modifiche, da Maolucci S e Salza A, Prepping: Come prepararsi alle catastrofi metropolitane, Hoepli, Milano 2016.
13 Friedman G, The Next 100 Years. A Forecast for the 21st Century, Doubleday, New York 2009.

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2.1.1. RESILIENZA
Il concetto di resilienza non è innovativo. La parola deriva dal latino resilio, “rimbalzare” (si trova nelle orazioni di Cicerone). Seneca lo usava nel senso di “saltellare”: “quanto minus quam in templum resiliuit?”.14 Oggi la parola è polisemica (ha contemporaneamente più significati, soprattutto per i decision makers).15 Non è chiaro se l’uso ridondante che se ne fa oggi derivi dalla fisica, dall’ingegneria, dall’ecologia (considerando i Social-Ecological Systems, SES)16 o dalla psicologia (vedi la risoluzione del trauma). La definizione ingegneristica si collega all’insieme di proprietà che portano alla capacità dei materiali di immagazzinare energia durante una trasformazione o deformazione topologica, in modo da restituirla non appena l’effetto deformante cessi, contribuendo al ripristino di forma e proprietà (equilibrio preesistente).
Il quadro di riferimento della resilienza è oggi dominato dallo scenario traumatico multiplo di conflitto/crisi/catastrofe, all’interno dei quali si va a spiegare le risposte delle persone tramite le “ombre” lasciate dalla crisi in persone o SES e dalle loro strategie di reazione e superamento. Nota: le storie di vita (archeologia del comportamento) sono strumenti indispensabili per analizzare la resilienza.
La definizione ingegneristica non può essere applicata alle persone. Infatti, a seguito della perturbazione critica della persona e della comunità, si ha una sequenza che propone un salto di qualità finale e non un mero ritorno alla cosiddetta “normalità precedente”: emergenze complesse e multivariate inducono → relazioni squilibranti e squilibrate → dinamiche binarie di risposta. Da qui si dipartono due linee possibili. Linea A: blocco di reazione →gabbie culturali o forzate dall’esterno → immobilismo e immutabilità presunta → TRACOLLO. Linea B: plasticità → resistenza, elasticità e adattamento → trasmutazione innovativa → RESILIENZA SISTEMICA (augmented).

2.1.2. CATASTROFE
Come scrive René Thom: «La catastrofe è solo un cambiamento di forma».17 L’origine della parola – dal greco “sotto” e “rivoltare” – rimanda all’idea di stravolgimento di un sistema fisico e/o sociale (Socio-Ecologic System, SES) ordinato secondo leggi durature. Si presuppone che la trasformazione sia in peggio, ma non è detto che sia così; purtroppo, l’uso di questa parola per definire la conclusione delle tragedie classiche lascia poche illusioni.Normalmente il termine definisce un mutamento improvviso, definitivo e di rapido svolgimento nel paesaggio fisico (terremoto, inondazione, tsunami, eruzione vulcanica, esplosione atomica ecc.) e sociale (attentato terroristico, crollo di abitazioni, colpo di Stato ecc.). Per quanto riguarda l’individuo, la morte improvvisa di un coniuge o di un figlio rappresenta una catastrofe famigliare irreversibile; l’irreversibilità è un altra caratteristica da inserire nella definizione, in quanto prepara all’idea di una pianificazione non lineare per il superamento della catastrofe.

2.1.3. CRISI
La parola rimanda al verbo greco “separare”; in senso più lato si ha il significato di “discernere, valutare”. L’aspetto negativo della crisi implica anche il suo superamento positivo attraverso le opportune pianificazioni e valutazioni, cui far seguire azioni di recupero e riallineamento allo stato del sistema precedente la crisi (vedi Resilienza); questo si ottiene applicando appositi correttivi di struttura allo scopo di evitare crisi future. Nella crisi, la trasformazione del paesaggio fisico, economico e sociale avviene in tempi relativamente lunghi e tramite gradualità, con andamento “tra alti e bassi”, come in una malattia, una deflazione o una guerra.

2.1.4. FALLIMENTO
Pur nella diversità rispetto a catastrofe e crisi, la perdita di lavoro o di capacità d’impresa (fallimento) ha esiti negativi analoghi per le persone e le comunità, sia per quel che riguarda le condizioni materiali (povertà), sia per quelle morali (dignità). Per il Vocabolario Treccani, «in diritto, il fallimento è uno strumento di regolazione della crisi dell’impresa attraverso la liquidazione del patrimonio attivo del debitore e la ripartizione del ricavato tra i suoi creditori».18 Il fallimento rimane pertanto solo uno strumento e non deve diventare uno stigma anticostituzionale come la pena sine fine. Infatti “fallire”, nel medio passivo, significa “ingannarsi, sbagliare”. Le operazioni R&R

14 “Quanto meno di quel che saltellò nel tempio?”, Seneca LA, Oratorum et rhetorum sententiae divisiones colores, ca. 39 d.C.
15 Alexander DE, “Resilience and disaster risk reduction: an etymological journey”, Natural Hazards & Earth System Science, 13, 2013; pp. 2707-2716.

16 Walker B, Holling CS, Carpenter SR e Kinzig A, “Resilience, Adaptability and Transformability in Social-Ecological Systems”, Ecology and Society 9(2); p. 5.
17 Thom R, Parabole e catastrofi. Intervista su matematica, scienza e filosofia, a cura di Giulio Giorello e Simona Morini, Il Saggiatore, Milano 1980.

18 http://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/fallimento/, visitato il 27 maggio 2019.

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dovranno pertanto rivolgersi agli agenti (attivi e passivi) dell’impresa, una parola che di per sé è altamente positiva (vedi, come esempio lessicale, il film di Pupi Avati I cavalieri che fecero l’impresa, del 2001).

2.1.5. COLLASSO
Tra Crisi e Catastrofe c’è una C intermedia, il Collasso. Se la crisi diventa virale, le strutture di supporto cedono. Lo stato di collasso precede di poco una serie di eventi irreversibili (catena critica). La frizione d’attrito delle crisi ingenera il collasso, che assume spesso la forma di “suicidi” più o meno consapevoli di società altrimenti fiorenti (la parola “società” è qui volutamente ambigua, per inserire anche le imprese economiche). I motivi per cui in una società si determina il declino sono quattro:19

  1. Non riesce a prevedere il sopraggiungere del problema.
  2. Non si accorge che il problema è già in atto da tempo.
  3. Si accorge del problema, ma non prova a risolverlo.
  4. Cerca di risolvere il problema, ma non ci riesce.

Nel primo caso, la società prende decisioni disastrose perché il problema è talmente nuovo e imprevisto che non sa come affrontarlo; anche se l’evento si era verificato in passato, non era stato inserito nella memoria storica per ragioni di convenienza.
Il secondo caso colpisce popolazioni che scivolano gradualmente nel problema, il quale a un certo momento supera il livello di soglia; a quel punto il problema appare dal nulla come evidente, ma ormai è troppo tardi (effetto ritardo nelle decisioni).

Il terzo caso è il più frequente: la paradossale non volontà di risolvere un problema evidente. Due sono gli ordini di motivi: razionali e irrazionali. I primi mascherano una finta razionalità (calcolo utilitaristico dei governi economo- tecnici, con lo spread che prevale sul fattore umano e non viceversa) per mezzo di pseudosoluzioni immediate, sconnesse da un futuro sul quale avranno conseguenze devastanti (istruzione e cultura destinate all’estinzione). Per gli aspetti irrazionali, si vedano gli stili di vita e i modi di interpretare la realtà così radicati da impedire l’apertura verso valori nuovi; in tal modo si genera passività per paura che nuovi paradigmi aggiungano ulteriori elementi critici alla crisi in atto.

Il quarto caso è quello che si verifica quando la soluzione è chiara, ma i costi e i modi di realizzazione sono troppo elevati per le capacità della comunità/società.
Esiste un’utopia di evitazione del collasso:20

  1. Socializzare le risorse e non solo condividere le perdite.
  2. Prendere decisioni contro se stessi e contro i gruppi dominanti.
  3. Pianificare a lungo termine, con il godimento dei risultati affidato alle generazioni future.
  4. I leader devono condividere successi e fallimenti con le persone che guidano.
  5. Prepararsi comunque al collasso.

Come ha scritto Léon Bloy nel 1908:21 «Sta per suonare l’ora in cui le catastrofi si toccheranno e in cui non ci saranno che catastrofi». Dobbiamo guadagnare del tempo intermedio, di recupero.

3. DENARO E RELAZIONI

Povero è colui che non può aiutare e non può più essere aiutato. ATER, pastore dinka, Sud Sudan

Ater, il ragazzo dinka citato in esergo22 è nato e vissuto nella guerra civile in Sudan: conosce la violenza sociale, ma disconosce la povertà economica, sottolineando come il benessere stia nelle relazioni d’aiuto,

19 Il concetto è derivato da Diamond J, Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere, Einaudi, Torino 2005.
20 Concetti elaborati da Salza A per il laboratorio ACMOS “Poveri di relazioni”, nell’ambito della manifestazione Biennale Democrazia, Torino 2013.
21 Bloy L, Celle qui pleure. Notre-Dame de la Salette, Parigi 1908.

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non nel denaro. Ater sa bene, per personale esperienza, che la permanenza nel tempo di ogni comunità, così come la sua ricostruzione dopo una crisi – civile, ambientale, culturale o economica – passa attraverso il cablaggio di quattro filamenti, deboli di per sé, ma forti se intrecciati uno sull’altro: condivisione, reciprocità, compatibilità e complementarietà.

  1. La condivisione delle risorse e delle relazioni è cosa ovvia e auspicata da molti, anche se poco applicata; al contempo si ha un abuso della cosiddetta “condivisione comunicativa” (social network, YouTube, fotografie, video, pettegolezzi-blog, selfie, situazioni istantanee mostrate a distanza), senza contatto interpersonale diretto e fisico.
  2. La reciprocità implica un forte legame orizzontale tra le persone: vale la norma biblica “occhio per occhio, dente per dente”, ma anche il cristiano “non fare a un altro ciò che non vorresti fosse fatto a te”. La reciprocità del dono è in discussione: potrebbe essere in realtà uno scambio sbilanciato in favore del donatore.
  3. La compatibilità è connessa ai sistemi di informazione, quali il linguaggio, la gestualità, il design, l’arte, la comunicazione (verbale e non verbale); se i sistemi che si incontrano non sono compatibili, allora non scatta l’empatia, il motore dell’avvicinamento sociale in società multietniche e a differente grado di sussistenza. Occorre predisporre “adattatori” specifici per i vari sistemi sociali.
  4. La complementarietà è il meccanismo sociale più sottile: implica il “sentire la mancanza” dell’altro, il tentare di raggiungerlo (o di farsi raggiungere) per poter completare un insieme coeso (complementare, come nel caso della famiglia nucleare che è tutt’altro che naturale) che mantiene comunque vive le differenze. Lo scopo è quello di riconoscere il fatto che nessuna comunità o gruppo etnico ha tutti i valori espressidall’umanità. Siamo tutti mancanti e bisognosi dell’altro.

La frase di Ater intreccia questi fili, in quanto collega la povertà solo con la mancanza di relazioni nella comunità. Non è questione di denaro, ma di socialità: senza relazioni non sopravvivi. Al contrario, per noi occidentali identificati dal conto in banca, essere poveri significa rimanere senza soldi.
Vittorio Mathieu scrive: «Né sulla Terra né in cielo esiste un’altra istituzione umana o realtà naturale che si avvicini al modo di essere e di agire del denaro. Opera senza essere una cosa fisica e senza neppure essere legato alla materia, se non come simbolo».23 Non so voi, ma io non sono mai stato un giorno della mia vita senza denaro. Eppure sono stato in luoghi dove i soldi non esistono, o non hanno effettivo valore, o dove il denaro non serve a nulla. Quei luoghi sono aree di confine, mondi alieni dove le cose si fanno in modo diverso, che però rappresentano quel che successe durante la stragrande maggioranza dell’esistenza degli esseri umani sul pianeta Terra.

Se la mancanza di denaro ci colpisce così profondamente, sarebbe bene studiarne le funzioni senza darlo per scontato. Secondo gli economisti, il denaro svolge essenzialmente quattro funzioni:24

  1. Misura del valore.
  2. Intermediazione nello scambio.
  3. Mezzo di pagamento.
  4. Deposito di ricchezza.

Tutte e quattro le funzioni si sovrappongono alla relazione tra persone, in pericolosa forma sostitutiva. La misura quantifica e reifica la flessibilità qualitativa della relazione; l’intermediazione cancella il valore aggiunto dello scambio diretto («Questo vale per me. E per te?»); il pagamento conclude ogni relazione economica; che un mucchio di banconote nel deposito blindato di Paperone sia ricchezza è tutto da dimostrare, per non parlare del moderno “denaro virtuale” della finanza internazionale, dove il controvalore reale (o perlomeno il riconoscimento di esso da entrambe le parti) non esiste.

Si può vivere aggirando questi paletti, circuendo il denaro? Certo, ma servono tattiche innovative. Per esempio, in Africa si utilizza lo “sbaratto”, il motore a due vie della relazione a effetto economico. Si tratta

22 La frase è tratta dalle note di campo di Salza A, Progetto urbanistico partecipato per Turalei, Sud Sudan, Onlus Architettura, Ricostruzione, Emergenza, Sviluppo, Legnano 2009.
23 Mathieu V, Filosofia del denaro, Armando, Roma 1985; p. 31.
24 Fini M, Il denaro “Sterco del demonio”, Marsilio, Venezia 1998, p. 15.

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del riconoscimento reciproco di un debito postdatato, che entrambi i contraenti sanno essere insaldabile.25 Dalla Mauritania alla Somalia, dal Mali al Kenya, ho visto i miei amici, ai margini dell’esistenza, entrare nelle botteghe e ottenere il poco che desideravano senza sborsare un soldo. Alla fine venne fuori che ero io il loro denaro, almeno simbolicamente. La mia sola presenza accanto a loro era sufficiente a garantire un “prestito a lungo termine”. Ora mi trovo spesso a pagare conti dopo la loro morte, per rispetto al defunto. Ma mai, mai, devo saldare il debito. Si tratterebbe dell’annullamento della relazione, che deve continuare anche dopo la morte. Interromperei il flusso di rapporti umani costruito sul baratto ineguale, lo sbaratto. Anche in alcune regioni d’Italia, così come in Oriente, al momento del debito si dice: «Adesso siamo parenti». Come possiamo essere parenti di una banca?

Attenti: contrariamente a quanto avviene per il sovraindebitamento, nella forma di relazione economica descritta sopra, il sovraddebito e il sovraccredito oscillano continuamente dal positivo al negativo, in quanto le differenze rispetto allo 0 sono minime e recuperabili, in ogni momento, in funzione dei flussi di relazione. In tal modo, il gioco rituale del rapporto economico sbilanciato ha un carattere sovversivo, in quanto serve a mantenere una forma di contropotere, all’infinito.26 Dall’altra parte della barricata c’è l’entropia del denaro, che porterà prima o poi al suo collasso sistemico.27

Milly, madre di 4 figli di cui uno disabile per malaria cerebrale, abitante nello slum di Korogocho a Nairobi, nel vedere l’immagine di un italiano che, in stazione, parla con un muro, disse: «Qui piangiamo perché siamo poveri, ma non così poveri da non avere qualcuno con cui parlare».28

3. SISTEMI DI TRAPPOLE

There’s always free cheddar in a mousetrap, baby it’s a deal.29 TOM WAITS, Woyzeck

In sostanza, il denaro coinvolto nel sovraindebitamento (“debito insanabile” sovrapposto a “denaro impossibile”) è una delle tante trappole di povertà. Una teoria informale sulle trappole che portano alla povertà cronica si basa su scale multiple di aggregazione socio-spaziale. Tali trappole derivano da processi non-lineari a scala dell’individuo, della famiglia, della comunità, dello Stato e del mondo globale, processi che causano la coesistenza di alti e bassi nei livelli di produttività e reddito, oltre che tassi altalenanti di crescita economica. Gli equilibri multipli derivano da effetti-soglia chiave a ogni livello di scala, a causa di falle di mercato e problemi di coordinazione d’impresa non legati al mercato. Le implicazioni chiave delle trappole di povertà includono:30

  1. L’importanza di riconoscere i fenomeni al livello della scala intermedia, in aggiunta ai più convenzionali elementi micro e macro.
  2. Le interconnessioni attraverso le varie scale socio-spaziali che promuovono o migliorano la povertà cronica.
  3. L’importanza di identificare e superare le soglie dove le dinamiche di accumulo e produttività si biforcano.
  4. Il ruolo, potenziale e significativo, degli interventi transitori dei donors e dei governi – oltre alle reti disicurezza – per dar vita a una crescita sostenibile tra i poveri.

25 Latouche S, L’autre Afrique. Entre don et marché, Albin Michel, Parigi 1997; trad. it., L’altra Africa: tra dono e mercato, Bollati Boringhieri, Torino 1997, pp. 41-48.
26 Nicolas G, Don rituel et échange dans une société sahelienne, Institut d’Ethnologie, Parigi 1986, p. 244.
27 L’entropia è la misura del disordine presente in un sistema termodinamico e mette in correlazione l’energia del sistema con la sua definitiva trasformazione nel tempo.

28 Cit. da Fabrizio Floris, La Stampa, 6 giugno 2017; p. 20.
29 «C’è sempre del cacio gratis in una trappola per topi, è un affare, baby», in Woyzeck, Art Musical di Tom Waits, Kathleen Brennan e Robert Wilson, dal frammento teatrale di Georg Büchner (1837), Copenhagen 2000.
30 Barret CB e Swallow BM, Fractal Poverty Traps, Cornell Working Paper 42, Ithaca (NY) 2003; abstract, in https://ecommons.cornell.edu/bitstream/handle/1813/58012/Cornell_Dyson_wp0342.pdf?sequence=1, visitato il 29 maggio 2019.

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Non sempre la sostenibilità è l’obiettivo dell’economia formale. Questa – a base-denaro – prevede, consente e favorisce il sovraindebitamento, ovvero «il perdurante squilibrio tra il patrimonio liquidabile e le obbligazioni contratte, tali da impedire all’imprenditore di adempiere alle stesse attraverso mezzi ordinari. L’istituto della crisi da sovraindebitamento è stata inserita, nell’ordinamento giuridico italiano, mediante decreto legge n.179 del 18 ottobre 2012, convertito con modificazioni dalla legge n. 221 del 7 dicembre 2012 e ripetutamente aggiornato fino al 2019.».31 Mentre lo sbaratto ha connotazioni positive per il mantenimento delle relazioni tra persone (è socialmente impossibile arrivare a un sovraindebitamento relazionale), il sovraindebitamento finanziario è una spirale a feedback dai caratteri meramente economici, con effetti nefasti sulla persona e sul suo sistema vitale di riferimento.

Qui occorre fare un inciso sul comportamento dei sistemi e sul loro riallineamento nel tempo in caso di tracolli di varia natura, affrontati con un investimento sul futuro come è il credito. Il contesto esterno che deve gestire la persona in pratica di sovraindebitamento, non è meramente connesso al denaro. La persona, imprenditore o semplice creditore, agisce in un sistema socio-ecologico (SES) che ha un comportamento “incerto”, in cui le variabili sistemiche (variazioni climatiche, spread, comportamenti di concorrenza, politiche economiche a geometria variabile, mercati altalenanti, demografia della clientela/vicinato ecc.) sono sistemicamente imprevedibili. Pertanto, una gestione sostenibile a lungo termine del rapporto tra persona e SES deve tener conto di questi fattori:

  •   alcuni elementi chiave mutano in modo non lineare e a velocità tale da sfidare ogni previsione;
  •   l’azione umana di risposta è riflessiva; le persone che entrano nel SES reagiscono in modo da alterare il futuroe, quindi, le previsioni sull’intero sistema;
  •   il SES può mutare più rapidamente degli adattamenti di gestione e del ricalibramento delle previsioni, inparticolare durante i periodi di transizione.Di conseguenza, le previsioni sul comportamento del SES possono dimostrarsi non corrette proprio nei momenti in cui sarebbero più necessarie. Il debito/credito è un metodo per non guardare in faccia l’incertezza della realtà socio-economica, il tutto tramite compensazioni virtuali (una volta si diceva “i pagherò a babbo morto”). Una delle risposte possibili al disastro sistemico implicito nel sovraindebitamento, è quella di sfruttare le risorse di exattamento.Il termine “exattamento” deriva dalla biologia evoluzionistica e dall’antropologia fisica; si basa sulla teoria dell’evoluzione a equilibri punteggiati, elaborata da Stephen Jay Gould, e poi modificata in funzione di tale parola.32 L’evoluzione dei sistemi biologici procede per lenti adattamenti, ma – sotto la pressione selettiva di crisi e potenziali estinzioni – gli organismi recuperano e riconvertono elementi di preadattamento tralasciati o superflui, per usarli a nuovi scopi. Mentre gli adattamenti sono frutto di aggiustamenti strutturali, di compromessi, di equilibri instabili, spesso gli organismi sviluppano le strutture per una certa funzione e poi la convertono in tutt’altro. Altre volte la novità nasce dal ripescaggio di componenti privi di utilità: exattamento.Per un imprenditore in crisi, sovraindebitato e sull’orlo del fallimento, exattarsi significa riconvertire ogni mezzo o risorsa specializzata – ma al momento inutile – per destinarla a una nuova funzione che si prevede necessaria a breve. Come esempio biologico, Gould cita le piume, un adattamento già utile ai dinosauri per mantenere il calore corporeo; in seguito, dopo l’estinzione dei grandi rettili per la caduta di un meteorite (un’ipotesi tra altre), tali strutture termiche vennero exattate in penne per il volo da nuove creature che si sono evolute dai dinosauri stessi: gli uccelli. Si riesce a volare recuperando conoscenze e strutture apparentemente inutili al momento della crisi. Una lezione: al momento della variazione ambientale, del cambiamento climatico, del disastro naturale o sociale, gli esseri anomali hanno una chance di evoluzione, mentre i normali possono solo estinguersi.31 Tra I molti siti disponibili, il 30 maggio 2019 abbiamo consultato https://pianodebiti.it/sovraindebitamento/.
    32 Gould SJ e Vrba ES, “Exaptation – A missing term in the science of form”, Paleobiology, 8(1) 1982; pp. 4-15; tr. it.: Exaptation. Il bricolage dell’evoluzione, Bollati Boringhieri, Torino 2008.
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4. IL CONSULTORIO DI RIPARAZIONE-E-RECUPERO

È difficile combattere un nemico che ha avamposti dentro la tua testa. SALLY KEMPTON33

Parafrasando Lev Trockij: «Forse a voi il sovraindebitamento non interessa, ma al sovraindebitamento voi interessate». Se qualcuno è in sovraddebito, necessariamente qualcun altro sarà in sovraccredito. È una battaglia tra elementi strutturali assai poco reali: in entrambi i casi, il denaro coinvolto è virtuale, pur con ricadute assai concrete. Il rivoluzionario parlava della guerra, ma vorrei ricordare che ogni guerra è combattuta principalmente perché vi sono persone disposte a combatterla.

Se è vero che il sovraindebitamento34 avviene quando qualcuno non è più in grado di uscire dalla spirale del debito, allora non esiste una soglia di indebitamento oggettiva, ma piuttosto una pletora di livelli individuali oltre i quali il debito diviene intollerabile e irrecuperabile per ogni singola persona coinvolta, nel dare e nell’avere. Il rischio è un’attenzione relativistica al problema (ognuno ha una storia a sé che lo legittima o lo delegittima). Il pluralismo è il necessario passaggio oltre tale polverizzazione delle cause (le “cognizioni di causa” devono superare alla svelta i “complessi di colpa”: vedi l’alto numero di suicidi tra i sovraindebitati): nessuna persona è portatrice di tutti i valori positivi della società. L’intera gamma dei valori è troppo ampia per essere inclusa entro un singolo mondo sociale. Non c’è alcun bisogno di un’idea specifica di “bene umano”. Le tattiche di convivenza hanno a che vedere con quel che è giusto, non con ciò che è bene. Dovremmo lavorare sul fatto che differenti persone potrebbero non convenire su ciò che è bene, ma essere pragmaticamente d’accordo su ciò che fa insopportabilmente male, come il fallimento o la perdita del lavoro.35 Le storie di vita di tali persone, pertanto, diventano l’elemento chiave per comprendere, riparare e recuperare gli attori nello scenario del sovraindebitamento.

Allo scopo, come prima fase delle azioni di Riparazione-e-Recupero (R&R), proponiamo l’allestimento di una struttura che ponga la persona al centro dell’analisi e degli interventi riparatori. Tale struttura, con le dimensioni socio-culturali di un consultorio, sarà virtuale (on-line) in una prima fase, per poi eventualmente trasformarsi in centro di ascolto, analisi, discussione, formazione, apprendimento e supporto, con progressiva diffusione sul territorio.

Il Consultorio R&R, rivolto alle persone in sovraindebitamento, è un contenitore per accogliere, imparare, discutere, trovare soluzioni condivise. Elenchiamo a seguire alcune fasi di tale operazione, precisando che si tratta di un primo approccio sistemico, in attesa di contributi collettivi dell’Associazione Progetto docere, volti a precisare le dimensioni delle variabili e i confini del sistema, anche in funzione delle risorse a disposizione:

  1. Definizione del sovraindebitamento come concetto multidimensionale; il modello è quello che si applica alla misura della povertà, dove non deve essere sufficiente il valore “assoluto” di consumo o spesa pro capite (l’assurdo aggregato noto come “indice di povertà” che non tiene conto del SES di riferimento);36 per il sovraindebitamento occorrerà specificare un limite per ogni sua dimensione, e di conseguenza inserire la persona in oggetto sopra o sotto tali limiti. N.B.: a) non limitarsi alla mera descrizione della realtà del sovraindebitamento; b) elaborare il collegamento delle dimensioni del sovraindebitamento in una sintesi formale di riferimento che non sia esclusivamente economica.
  2. Tramite interviste (verbali anche on-line, in quanto la dimensione scritta incrementa il relativismo e costruisce impaccio culturale) si dovranno analizzare le storie di vita delle persone coinvolte nel sovraindebitamento (in relazione alle dimensioni del punto 1) e costruire una serie di identikit che andranno successivamente categorizzati. N.B.: è indispensabile esplorare le varie dimensioni del sovraindebitamento alla scoperta di soggetti sommersi, invisibili e ignoti.

33 Insegnante di meditazione, swami (“monaca”) di Shivaismo del Kashmir, una scuola di tantra yoga.
34 Per tutte le informazioni e definizioni di “sovraindebitamento” rimandiamo ai documenti dell’Associazione Progetto docere; qui l’autore si scusa preventivamente per eventuali imperfezioni di terminologia e analisi economico-legale.
35 Salza A, Eliminazioni di massa. Tattiche di controgenocidio, Sperling & Kupfer, Milano 2010; p. 60.
36 Bourguignon F e Chakravarty SR, “The measurement of multidimensional poverty”, Journal of Economic Inequality 1: 2003; pp. 25-49.

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  1. Elaborare un vocabolario (le “parole per dirlo”) che consenta una piena comprensione delle storie di vita (archeologia del comportamento) e una capacità di risposta chiara (dare spiegazioni del perché il sovraindebitamento è come è, e di come ci arriva la persona coinvolta, quella persona).
  2. Preparazione e implementazione di metodiche di “cura dell’altro”, con supporto psicologico e tecnico (individuale e di gruppo, tipo Alcolisti Anonimi), anche a distanza (da remoto on-line o tramite appositi documenti scritti, qualora il Consultorio non abbia dimensione fisica sul territorio).
  3. Connettere il Progetto docere al Consultorio, recuperando le competenze delle persone “fallite” – che non sono né perdute né inutilizzabili (dagli errori si apprende) – per un travaso di conoscenza (la redistribuzione non riguarda solo il reddito) intra- ed extra- gruppo-Consultorio (peer education).
  4. Progettare una “catena circolare” (noria) che sposti continuamente il know-how degli imprenditori falliti (mercati, dipendenti, clienti ecc.) verso l’innovazione progettuale degli start-upper (internazionalizzazione, tecnologie avanzate, variazione prospettica ecc.), e viceversa.
  5. Mettere in opera, tramite il Progetto docere, un diretto collegamento dei soggetti in sovraindebitamento con gli start-upper, per un travaso di conoscenza dall’alto verso il basso (top down) e dal basso verso l’alto (bottom up) allo scopo di creare una sovrapposizione significativa tra i due modelli (impresa fallita e impresa in fieri). Vale l’imperativo «Chi sa insegna, chi non sa impara».37

Questa serie di operazioni è, al momento, una bozza provvisoria e soggetta a revisione. Per migliorare la comprensione sistemica del Consultorio Riparazione-e-Recupero è in allestimento un diagramma di flusso, da completarsi dopo i commenti, le correzioni e l’approvazione da parte dell’Associazione Progetto docere.

Conclusione in forma zen

La crisi consiste, appunto, nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere. ANTONIO GRAMSCI, Quaderni dal carcere

Il concetto giapponese di debito on implica che l’on si riceva alla nascita dalla propria famiglia: è un debito che va assolutamente ripagato, ma che tuttavia non si può mai ripagare completamente. L’on dura tutta la vita, ed è fonte di virtù. La sua virtù deriva dall’atto stesso del ripagare che era, come l’on, senza fine. Dall’imperatore si riceve il ko on. Dai propri parenti si riceve l’oya on. Dal proprio signore o superiore sociale viene il nushi no on. Il pagamento parziale di questi debiti è il gimu, che è vincolante ed essenziale per l’onore.38 Tuttavia, il pagamento è sempre parziale, essendo il debito eterno. La morte stessa lascia il debito inevaso. Spesso è l’unica cosa che resta da offrire verso chi è creditore.

Torino, 3 giugno 2019

Alberto Salza Analista del terreno umano

37 Frase di Siad Barre, presidente della Somalia. Nel 1974 chiuse le scuole superiori e spedì oltre 20 000 tra studenti e insegnanti a tramettere lettura e scrittura tra le popolazioni rurali, in gran parte nomadi. In soli sette mesi la campagna segnò un successo epocale: su 1,2 milioni di iscritti, 910 000 diedero gli esami e 800 000 furono i promossi. 38 Capocelli MM, Aspetti socio-culturali dei concetti di eroismo e sconfitta in Giappone, in http://www.karate- do.it/tesi.html#1.3, visitato il 2 giugno 2019.

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